UNA PRIMAVERA TARDIVA di Tullio Parise

UNA PRIMAVERA TARDIVA
di Tullio Parise


Una breve riflessione sulla senescenza ed i suoi limiti, su come i nostri atteggiamenti cambiano a seconda di chi abbiamo davanti e sulla nostra capacità di dare giudizi senza curarci della sensibilità personale di chi ci sta di fronte

Esiste un’età in cui non si ha più diritto di innamorarsi? Quando possiamo dire che è finita, che è troppo tardi, che si è troppo vecchi, o troppo malati, per coltivare una passione?


Alcuni anni fa il mio lavoro era quello di dirigere una casa per anziani. Un luogo dove i vecchi venivano ospitati per lo più per terminare la loro esistenza, per cercare un sollievo nei loro ultimi anni, per sé e per le loro famiglie, piene di altri problemi, di altri impegni, di altre incombenze. Un tempo si diventava vecchi prima ma l’essere anziano aveva un senso
sociale, quasi gerarchico, legato al tramandare la propria esperienza, all’allevare i nipoti insegnando loro segreti e saperi. Oggi si rifiuta la terza età fino al punto in cui la vecchiaia stessa, spesso coincidente con la malattia, porta l’essere umano ad una condizione di inutilità, ad un livello in cui tutto il nostro vissuto non ha più la possibilità di essere trasmesso e muore con noi, destinato, come noi, all’oblio.


Ma in ogni vecchio, in ogni paziente, utente, ospite o come lo si voglia chiamare, alberga un bambino, un adolescente. Un uomo ed una donna, madre, padre, operaio o impiegato. Una persona che ha lavorato e conosciuto altra gente, che ha viaggiato e letto, ha riposato ed ha amato. E vive in ognuno un bagaglio di emozioni e sentimenti che, uno sull’altro, si ricoprono, come strati, come abiti, e si nascondono a chi fuggevolmente, li
incontra.

Un giorno venne da me un’infermiera piuttosto impensierita. “Direttore”, mi disse, “c’è una situazione che necessita del suo intervento, crediamo”. Capii dall’uso del plurale che dovevano averne parlato in gruppo e che lei era stata incaricata di venire a spiegarmi la situazione. Sperando che non si trattasse di una questione disciplinare – Dio quanto odio dover intervenire in queste cose! – le dissi: “Mi dica, Simona.”


“Si tratta del signor Dario.” Iniziò lei. “Da alcuni giorni si sta comportando in maniera poco corretta.” Il signor Dario era un novantenne ancora lucido e con una lucidità ferrea, per quanto riguarda i ricordi antichi, mentre per la cosiddetta memoria a breve termine presentava qualche deficit; il tutto su una serie di patologie tipiche dell’anziano: cardiopatia, diabete mellito, deambulazione difficile.


“Si spieghi meglio” le dissi “in che senso si sta comportando in maniera poco corretta?” “A dire il vero non si tratta solo del signor Dario. Di mezzo che anche la signora Elena” rispose.


“Elena?” Non ci potevo credere. La signora Elena era una vecchina magrolina e dall’aria dimessa, di poche parole anche se dotata di notevole cultura. Era stata insegnante elementare e non si era mai sposata. Proveniva da una famiglia della buona borghesia ed aveva accudito i genitori fino alla loro morte ritrovandosi vecchia poco dopo di loro.


“Sì” mi rispose Simona. “In effetti sono tutti e due che stanno creando alcuni problemi”.

Capivo che la situazione doveva essere incresciosa, visto che Simona, notoriamente piuttosto ciarliera, si stava dimostrando ritrosa e incerta. Ma io avevo poco tempo adisposizione e, come troppo spesso accadeva, ero troppo poco incline all’ascolto. Quindi sbottai: “Simona, insomma, venga al dunque! Lei mi sta menando il can per l’aia ed io non ho tempo per ascoltare chiacchiere e pettegolezzi campati in aria!”


Allora Simona, arrossendo un poco, si lasciò andare: “Quei due se la intendono!” “Se la intendono? Ma cosa vuol dire?” le chiesi. “Si amano!” Simona sembrava pensare che io fossi diventato di colpo stupido a non capire una realtà così ovvia. Eppure… “Si amano? Ma mi faccia il piacere! A novant’anni cosa vuole che si amino?” “Ma non li ha visti lei quei
due?” Apriti cielo! Le stava montando la rabbia ed io la conoscevo bene quella sensazione che avevo dovuto affrontare parecchie volte. “Ma dove vive lei? Se venisse qualche volta di più in reparto invece di stare sempre tutto il giorno attaccato alle sue scartoffie ed al suo computer certe cose le vedrebbe anche lei!” Dovevo fermarla.


“Simona basta! O mi spiega meglio la cosa o io non la ascolto più. E’ mezzora che mi sta farfugliando di vecchi che si amano e non capisco dove vuole arrivare! Cosa sono queste panzane?” Simona, più calma, iniziò a spiegarsi: “Elena e Dario si amano, le dico. Lei venga a fare un giro in salone e lo capirà. Si guardano con occhi dolci. Camminano mano nella
mano. Si sfiorano. Si baciano! E crediamo anche oltre…” terminò arrossendo. “Ma questo me lo hanno solo riferito…”


Rimasi zitto per un po’. Questa storia mi stava facendo andare fuori dai gangheri. Mai avevo sentito una storia così inverosimile. Cercando di mantenere la calma iniziai: “Senta. Io non ho intenzione di mettere in dubbio le sue parole, ma come faccio a credere alla storia di due vecchi che… che si toccano e si baciano?” Fui interrotto “Lei da quanto tempo
non viene nelle camere? Nei corridoi? Da quanto non si fa un giro a parlare con la gente? A chiacchierare con chi vive qui o con i suoi parenti? Con chi ci lavora? Il mondo di questa casa è fuori dai suoi numeri! Ci sono persone con i loro sentimenti e con i loro desideri. Occhi che vedono e bocche che parlano. Lei dovrebbe essermi riconoscente per essere venuta a spiegarle la situazione prima che arrivi qualche parente su tutte le furie!”


a parola “parente” mi fece calmare all’istante. Se c’è una cosa che si cerca di evitare come la peste sono i cattivi rapporti con i parenti. “Parente?” chiesi “Qualcuno si è lamentato?” “I parenti sono sul piede di guerra!” fu la risposta. “Nessuno ha voglia di tollerare questa situazione. Se si vedono due ragazzi che si baciano, si sorride, ma se sono due vecchi a farlo li consideriamo due sporcaccioni. Ecco cosa sta succedendo. Venga a vedere!”


Lo dovetti fare. Fui costretto a farlo. Andai in salone con Simona e quel che vidi fu effettivamente i due vecchi in questione che si tenevano per mano. E neppure in un angolo appartato, ma nel bel mezzo della sala centrale, dove si svolgevano le attività di animazione, dove passavano tutti. Stavo nascosto dietro una pianta e li osservavo senza dire una parola. Dario ed Elena si accarezzavano e si baciavano. In bocca. E le loro mani tremolanti si cercavano come succede a tutti coloro che si amano. E che si scoprono l’un
l’altro. E le carezze si facevano audaci. Era uno spettacolo anomalo. Lo sentivo fuori luogo, osceno, disgustoso. Ero sbalordito.


“Ed ora cosa ha intenzione di fare?” mi disse piano Simona alle spalle. Non risposi. Già. Che cosa? Mogio tornai sui miei passi, senza smettere di pensare a questa scena.


In ufficio chiusi la porta e sprofondai in una poltrona, sperando vivamente di essermi immaginato tutto. Ma immaginazione non era. Pensai. E ripensai; ma non c’era che una strategia da attuare. Dovevo intervenire. Ma quanto avrei voluto fare tutt’altro! Eppure…


Eppure dovevo farlo. Me lo chiedevano gli operatori, ma me lo avrebbero chiesto presto i familiari di qualcuno degli utenti. E me lo chiedeva la logica, la morale. Insomma. Non potevo far finta di niente. Ma domani, mi dissi. Lo farò domani.


E domani lo feci veramente. A metà mattinata chiesi a Simona di chiamare il signor Dario e la signora Elena e di condurli da me, nel mio ufficio. Nel luogo dove mi sentivo normalmente a mio agio. Sì, perché a mio agio non lo ero affatto. Non in questa situazione incresciosa e complessa.
Ci volle un po’ perché i due arrivassero. Per forza, visto che entrambi erano malfermi sulle gambe. “Buongiorno signori” dissi per iniziare “sedetevi, prego”. Mentre con difficoltà i due prendevano posto aiutati da Simona mi dicevo: “Prendi il toro per le corna! Vai deciso! Sei o no il direttore?” Ma quando presi fiato per parlare mi sentii smontare guardando quei due esseri fragili, dall’aria ansiosa, che pendevano dalle mie labbra.
Tuttavia a me toccava iniziare. Quindi iniziai. “Signor Dario, signora Elena, vi ho fatti chiamare perché mi hanno riferito che voi due… ed io stesso ieri ho visto con i miei occhi… che insomma voi due vi comportate, come dire… in maniera affettuosa, e forse potrei dire… equivoca in salone. Insomma quel che volevo dirvi è…” Il signor Dario alzò una mano ed io mi interruppi immediatamente.


La mano tremava. E la voce con cui mi parlò tremava ancor di più. Eppure erano sentite le parole che pronunciava. “Direttore, non continui. Lo so, lo sappiamo che cosa vuole dirci. Siamo due vecchi stupidi. E siamo due vecchi ridicoli, aggiungerei io. Ma, se permette, vorrei raccontarle una cosa.” La voce del signor Dario ora appariva più ferma – o ero io a sentirla tale? – e la signora Elena, che taceva, annuiva a tratti con gli occhi umidi.
“Elena ed io ci siamo conosciuti che avevamo vent’anni. Io qualcuno di più, in effetti” aggiunse sorridendo e guardando Elena. “Frequentavamo gli stessi ambienti giovanili. Andavamo in montagna. Studiavamo nella stessa scuola. Poi il destino, o la vita, ci ha separati. Io andai a Napoli, mi sposai, ebbi tre figli. Elena si spostò a Bologna e non ebbe marito. Poi lo stesso destino ci ha riportati accanto, lentamente. Io sono rimasto vedovo,
siamo invecchiati e ci siamo ritrovati qui insieme quasi settant’anni dopo. A due passi dalla fine.”


Nessuno fiatava. Dario continuò. “Quando ci siamo rivisti quasi non ci siamo riconosciuti. Erano passati tanti anni. Ma poi abbiamo iniziato a raccontarci. Ed abbiamo finito per trovare ancora molte cose in comune. Ci siamo avvicinati e ci è sembrato naturale che la semplice compagnia si trasformasse in altro. Ed abbiamo sentito nascere qualcosa. Tutto lì”


Dopo una pausa io sentii di dover dire qualcosa ed incertamente iniziai: “Ma non vi sembra inopportuna questa… cosa, così, proprio adesso che…” “Che siamo vecchi?” si inserì il signor Dario. “Forse. E riconosco che ogni parola che ad altra età appare allegra, forte, naturale, qui, per noi, sembra grottesca, assurda, fuori luogo. Come si fa a chiamare
more una cosa che nasce tra due novantenni? Ma mi permetta una domanda, Direttore. Quanti anni ha?” “Quaranta” risposi. “Quaranta…” ripeté assorto “Lo riconosco. Lei ha una età in cui l’amore si può ancora concepire senza scandalo. Ma le faccio un’altra domanda. Esiste un’età in cui non si ha più diritto di innamorarsi? Noi siamo innamorati, non mi
vergogno a dirlo. Lo siamo. Ma se non abbiamo il diritto di esserlo, chi ha invece il diritto di negarcelo? Chi sa qual è l’età in cui non si può più provare una passione? Sessant’anni? Settanta? Direttore, lei lo sa? Se è così, si prepari che la vita scorre e presto troverà qualcuno – Un figlio? Un vicino di casa? Un infermiere? – che le dirà che non si può più. Direttore, noi siamo vecchi. Abbiamo poco da vivere. Intendete veramente negarci il diritto di una primavera tardiva? L’ultima?”


L’incontro finì nel silenzio. Congedai i due vecchi innamorati e andai a casa turbato. Il giorno dopo convocai i responsabili dei servizi e allestimmo nel salone un angolo appartato, con pareti mobili in grado di garantire uno spazio privato a Dario ed Elena e di nasconderli agli occhi di coloro che si sentivano urtati – io per primo – dal loro spettacolo.
Pochi mesi dopo Elena si spense nel sonno. Dario la seguì di qualche settimana, serenamente.


Luserna San Giovanni, 27 marzo 2018

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