Un pensiero per Guido Genre

Un pensiero per Guido Genre
A me, Guido, piace ricordarlo così, con quel suo spiccato senso di calma e fanciullesca ironia che lo ha sempre accompagnato, anche nel tribolato percorso che ha dovuto affrontare con il Parkinson e anche
con la folgorante ultima durissima prova.
Quello che segue è un breve racconto che Guido ha scritto e poi letto, a nome del gruppo de “I Tremolini”, un anno fa in occasione del primo (e purtroppo, causa Covid, anche ultimo) incontro della rassegna “Mangiar Parlando” promossa dall’ “APS SEN GIAN”.
Da questo primo racconto, Guido ha iniziato a scrivere brevi storie e ci ha lasciato una simpatica rassegna di pensieri (come Lui li chiama)
organizzati in una serie di racconti, raccolti in un allegro quaderno.
Gli argomenti sono molto vari: spaziando dal morbo di Parkinson, ai tanti tipi di diversità che incontriamo in questo mondo, all’emigrazione, ai sogni che vorremmo realizzare, fino alla resilienza, così necessaria in questi impegnativi giorni che viviamo.
Grazie Guido

FREESIN E L’ALIMENTAZIONE
di Guy de Montmartre


Freesin non era un cane qualsiasi, era un grande sportivo. Lo chiamavano così perché era quasi imbattibile a quel gioco strano che aveva inventato suo nonno, quando lo vedeva stanco di correre dietro
a una pallina o a un bastoncino lanciati mille e mille volte dal vicino di casa, un bimbo viziato e noioso! Che per di più era permaloso: se non gli riportava il legnetto o la pallina, si arrabbiava e invece di cercare
un gioco più divertente, lo lasciava solo e andava a giocare a “celo, celo, manca” con altri ragazzini, come lui senza fantasia. In realtà un’amica ce l’aveva: la gatta Curry. L’avevano chiamata così perché
fin da piccola era ghiotta di cibi esotici e come dire era un po’ in sovrappeso. Passava la maggior parte del tempo a ingurgitare quantità impossibili di cibo dagli strani e complicati nomi!
Freesin, che a quel tempo si chiamava Parkin (sua madre Molly che era stata emigrante in Merica diceva a tutti orgogliosamente che era il suo Son) era molto timido, stava parecchio chiuso in casa. Aveva un
problema che lo metteva a disagio: un tremolio alla mano e alla gamba destra ma, soprattutto quando era in spazi stretti, la difficoltà a fare i primi passi, era come congelato!
Che strana cosa per uno come lui abituato a correre dietro al legnetto! Un suo amico veterinario gli disse che aveva una malattia con uno strano nome che adesso non ricordo. Gli disse anche che sarebbe stato molto utile per combatterla, stare con amici, amici veri, fare movimento (molta ginnastica, non quella da palestrati, ma una ginnastica adattata alla sua malattia), imparare a ballare, fare scoobi doo e soprattutto cibarsi in modo corretto. Basta scatolette Cioopy Doggy e chi più ne ha ne metta!
Doveva seguire una dieta (a questa parola Freesin storse il naso in modo drammatico facendo sbellicare dalle risa il veterinario). Il dottor Aipì (questo era il nome del veterinario) gli spiegò allora che le
medicine che gli avevano prescritto sarebbero state maggiormente efficaci se ad esempio nella ciotola a mezzogiorno avesse messo della pasta (questa notizia risollevò un po’ il suo morale) e della verdura
(storse di nuovo il naso). A cena avrebbe, senza esagerare, potuto mangiare della carne, del pesce o delle uova – l’importante era evitare il più possibile di mettere nel suo pasto di pranzo troppe proteine.
Questo modo di mangiare, che anche il veterinario lo riconosceva (beato lui che non era ammalato!), agli inizi era forse poco gratificante ma avrebbe avuto effetti positivi e quindi valeva la pena
di fare qualche piccolo “sacrificio”.
Così Freesin, facendo buon viso a cattiva sorte, si mise di buona volontà, mangiò correttamente (con qualche svirgola ogni tanto – giusto per sentirsi meno ostaggio della malattia), fece la ginnastica consigliata ma di imparare a ballare, disse in confidenza a un’amica
anche lei ammalata, neanche morto e così iniziò a giocare a frisbee.
Diventò un discreto giocatore e nel suo quartiere cominciò ad avere parecchi amici che per la sua simpatia gli dettero quel soprannome
Freesin. Ah! mi dimenticavo, Freesin consigliò a tutti coloro e come lui erano ammalati di quella malattia che prende il nome della “malattia di
Parkinson” di seguire il suo esempio, che tra l’altro (disse sottovoce per evitare ritorsioni) avrebbe fatto bene anche alla sua amica Curry

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