Il lupo guercio di Molinari Marco

Una premessa necessaria: questo breve testo è molto liberamente ispirato ad un’opera di Daniel Pennac e non ha alcuna pretesa di originalità né tantomeno di confrontarsi con l’originale. E’ stato scritto per un’occasione specifica, la serata conviviale del 31 gennaio 2020 (ahimè, la nostra ultima prima della pandemia) di “Mangiar Parlando – nutrimento della mente, cultura del cibo”, presso l’Agriturismo del Molino, Bibiana. Il tema dell’incontro, organizzato dall’Associazione Sen Gian con la collaborazione della Cooperativa La Tarta Volante, era “Diversità, Estraneità, Vicinanza”. Se avrete la pazienza di scorrere queste due paginette, comprenderete le ragioni per cui ho pensato che la loro lettura pubblica in quel contesto potesse contribuire allo spirito della serata.
Marco Molinari

Occhio di lupo
Il vecchio lupo grigio si allontanò lentamente dal branco che divorava il pasto appena servito. Non aveva fame, quella mattina, ma solo desiderio di silenzio e solitudine. Del resto, sapeva bene che quello sarebbe stato il suo destino: finora, nessun maschio più giovane aveva osato tentare di cacciarlo dal gruppo, ma presto sarebbe successo, e lui non avrebbe lottato. Perché rimandare l’inevitabile?
Per fortuna, il recinto dello zoo era vasto e riccamente alberato, a parte lo spiazzo nudo dove di solito soggiornava il branco. Attraversò il boschetto che avrebbe voluto simulare una foresta e si spinse fino alla parte più lontana dal percorso dei visitatori, lì nessuno sarebbe venuto a disturbarlo. Eppure, non appena giunto a ridosso delle sbarre che chiudevano il recinto prima delle rocce, si bloccò, più stupito che spaventato: il suo unico occhio (l’altro gli era stato strappato dalla lince tanto tempo prima, molto prima che gli umani uccidessero la sua compagna e lo chiudessero in un’orribile gabbia; ma il ricordo della lince morta sotto le sue zanne era ancora un piacere selvaggio), il suo unico occhio aveva visto, seduto su una roccia appena al di là della rete, un bambino, anzi quasi un ragazzo, che se ne stava solo, a capo chino.
Il passo del lupo era leggero e il ragazzo non lo aveva sentito arrivare; per questo, quando alzando lo sguardo se lo vide di fronte, ebbe paura e saltò in piedi di scatto, dimenticando il recinto che li separava: il movimento brusco spaventò anche il lupo, che si irrigidì mostrando i denti affilati. Nell’unico, giallo occhio che lo fissava, il giovane umano lesse timore, ma anche odio. Eppure, ci vide anche qualcos’altro, forse perché lo sguardo del grande animale grigio gli ricordava qualcosa di sé. Rassicurato dal solido recinto, tornò a sedersi e chiese: “Cosa è successo al tuo occhio?”. Non si attendeva certo una risposta, si sa che gli animali non parlano; ma fu colpito da una fitta di tristezza e di rabbia, leggendo nello sguardo del grigio un solo messaggio, “vattene!”, accompagnato da un breve ringhio. Si allontanò senza voltarsi.
Eppure, il mattino dopo era nuovamente lì. E presto giunse anche il lupo, guardingo ma incuriosito da quell’umano che non stava a schiamazzare con i suoi simili davanti alla gabbia; forse anche lui aveva sentito nel ragazzo qualcosa, una somiglianza, un misto di paura, tristezza e rancore. Ma l’odio per la razza che lo aveva costretto in schiavitù e l’atavica paura umana nei confronti della belva negavano ogni possibilità di comunicare.
Il ragazzo tornò ogni mattina, per tre giorni, quattro, una settimana, senza sapere bene perché lo facesse. Avrebbe dovuto essere a scuola, in quelle ore, ma non gli importava; anzi, stare lontano dall’altro branco, quello dei suoi compagni, lo faceva sentire meglio, attenuava l’ansia che i loro scherzi pesanti gli procuravano sempre, senza che nessun adulto sembrasse accorgersene. E a casa nessuno si sarebbe accorto di quel cambio di abitudini, bastava che rispettasse gli orari di uscita e di rientro e rimanesse in silenzio come sempre, rispettando quello dei suoi genitori. Da loro, non si faceva mai vedere triste o allegro, e comunque dubitava che se ne sarebbero resi conto, presi dalle loro cose di grandi.
E il vecchio lupo non mancò mai a quello che ormai sembrava un appuntamento: spuntava dal boschetto qualche minuto dopo che l’umano si era seduto sulla stessa roccia e rimaneva immobile, ritto sulle quattro zampe, senza accostarsi al recinto, ma con lo sguardo fisso sull’insolito compagno di solitudine. Qualche volta il ragazzo sembrò sul punto di parlargli, ma non lo fece mai, come se temesse di rompere quello strano equilibrio di curiosità, sospetto e timore. Poi, il decimo giorno, l’umano fece qualcosa di cui lui stesso non conosceva la ragione, qualcosa di assurdo, di istintivo: lentamente, portò una mano davanti al viso e si coprì un occhio, fissando ancora con l’unico aperto e visibile quello dell’animale.
Il lupo finalmente si sedette di fronte a lui, occhio nell’occhio. L’umano guardava la belva, la belva guardava l’umano, finalmente senza ferocia e paura.
Gli animali non parlano, lo abbiamo detto. Eppure, il ragazzo vide in una serie di lampi tutto quello che il vecchio grigio avrebbe potuto raccontargli, la gioia feroce della caccia, l’orgoglio del capo branco, il rispetto per l’avversario sconfitto in duello, ancora la ferocia del predatore, ma anche la dolcezza dell’amore per un’unica lupa, la tenerezza e l’ansia per i cuccioli, l’odio per l’uccisione della compagna ormai tramutato in rimpianto, la tristezza della prigione dorata. E finalmente il ragazzo si lasciò andare a un pianto da troppo tempo trattenuto, che dava dolore e insieme sollievo: sentiva sciogliersi i nodi della sua stessa storia, spezzarsi il guscio che bloccava i suoi pensieri.
Quando i singhiozzi si trasformarono in lacrime silenziose e liberatorie, il lupo si distese sull’erba, volgendo con un gesto di totale fiducia il lato cieco verso il giovane umano. Con un profondo sospiro, si addormentò.

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